Se potessi avere € 1000 al mese
Intervista ad Alessandro Rimassa
Incontriamo il giovane giornalista per discutere di precariato sociale, di tecnologia e comunicazione, in occasione dell'uscita del suo primo romanzo online.
Sullo sfondo di una splendida mattina ai giardini pubblici di Milano, parliamo con Alessandro Rimassa: co-autore del romanzo “Generazione 1000 Euro”, scaricabile gratuitamente dal sito www.generazione1000.com, che finora ha registrato 15617 accessi in sette settimane.
Riassumi la tua vita nel tempo massimo di download del tuo libro: 10 secondi.
Ho iniziato la mia vita post-liceo pensando di dover fare il contabile, poi sono finito a fare l’animatore, ho lavorato in televisione ed infine ho scritto un libro.
Hai altri dieci secondi per l’argomento del libro.
Il precariato economico, che si descrive nel libro, in realtà è precariato sociale: stanno uccidendo una generazione.
Ma quanti sono i 'milleuristi'? Dove sono?
Sono milioni. E’ un fenomeno generalizzato. Alcuni di loro non sono nemmeno 'milleuristi', ma 'ottocenteuristi', per dirla tutta. A parte quanto è scritto nel libro (con stile dinamico e romanzato), oggi chi ha meno di trent’anni vive di pochi soldi e non sa nemmeno se quei soldi li prenderà ancora il giorno dopo. Quindi non riesci a programmare niente: il precariato non è economico ma, appunto, sociale. E se è sociale, parliamo di un’intera generazione, allora intendiamo un mondo che non ha futuro. Ma questo non accade solo in Italia. Il nostro libro è stato scaricato in Argentina, in Spagna, in Austria: in tanti ci scrivono che la situazione è identica.
Perché “Generazione 1000 Euro” su Internet e non in libreria?
Per farlo arrivare in modo immediato e per non perdere tempo con la mediazione di un eventuale editore. Non è una preclusione: ben venga se un editore decide di puntarci sopra, ma deve darci comunque spazio di portare avanti lo stesso discorso su Internet, magari cambiandone la forma (con incontri, oppure implementando nuovi contenuti). Certo, il prezzo deve essere accessibile, altrimenti non arriverà mai ai destinatari per cui è stato pensato. Lo scopo è quello di farne parlare.
Un 'milleurista' ha tempo per passare in libreria?
Certo che ce l’ha, però magari ci pensa su due volte prima di acquistare l’ultima novità. Ti faccio un esempio: un mese fa ho visto che è uscita una guida sui viaggi low cost. Il prezzo della guida? 25 Euro. Con quel prezzo organizzi uno dei viaggi segnalati! E’ un’operazione assurda, perché i diretti interessati non l’acquisteranno mai. Un paradosso.
Tu vieni da esperienze radiofoniche e televisive dove avevi a che fare con un modo di comunicare giovanilistico, a differenza degli ultimi anni. Cosa hai imparato da quelle esperienze?
Ho imparato a descrivere il mondo in cui vivo: è quello che ho fatto nel libro ed è quello che continuo a fare per i giornali e le televisioni per cui lavoro. Non credo in una postazione privilegiata da cui guardare le cose. Credo nel vivere le cose e raccontarle. Sui miei coetanei, o quelli un po’ più piccoli di me, ho imparato che sono generazioni desiderose di rimboccarsi le maniche, e invece spesso non vengono dipinti così. Di solito si racconta che i venticinquenni son gente che non ha voglia di fare niente: non è vero, sono in difficoltà perché la situazione cui ci si trova davanti è difficile.
Cosa diresti a un giovane a cui viene ancora insegnato il mito del posto fisso?
Se ci fosse un sistema meritocratico, uno potrebbe non avere il posto fisso. In America, dove ci sono contratti a termine tutta la vita (non di sei mesi, ma di quattro o cinque anni), non ti serve il posto fisso perché se sei bravo nessuno ti manderà mai via. In Italia, invece, il posto non-fisso viene impostato in questo modo: “attenzione, ti sta per scadere il contratto, devi comportanti in questi termini altrimenti non te lo rinnoverò”. D’altra parte, il mito del posto fisso come starsene sugli allori, per come viene rappresentato, è sbagliato. L’azienda ha tutto il diritto di provarti, ma è il sistema in sé che non funziona. Bisogna reintrodurre un modello meritocratico, non più clientelistico o di conoscenze, come accade qui, per questo il posto fisso è ancora importante. C’è un bisogno di salvaguardare l’azienda: dopo due anni di prova, se il nuovo assunto non produce come dovrebbe l’azienda dovrebbe poter mandarlo via.
Penso a come fanno i casting per il personale, in America: fanno entrare una decina di persone in una stanza e si da loro un progetto da sviluppare. Alle fine, viene promosso il risultato del singolo team, non l’individuo.
Nel nostro Paese, se un’azienda che fa marketing, o comunicazione, deve assumere una persona, cerca tra gli amici. Raramente si guardano i curriculum e mai si fanno i colloqui a tappeto. Nella maggior parte dei lavori ‘intellettuali’, o di concetto, dove si dovrebbe scegliere il migliore, qui non si fa. Non devi lavorare ma devi fare pubbliche relazioni, per trovare lavoro. Non dovrebbe funzionare così.
Le vittime del precariato, però, hanno trovato un possibile modello: ottenere un lavoro part-time, noioso, a tempo indeterminato e allo stesso tempo accettare i cosiddetti lavori 'a progetto', seppur precari, ma che non richiedono necessariamente vincoli di presenza e possibilmente interessanti. Per farla breve: uno stipendio mensile sicuro, da cumulare necessariamente con altri lavoretti, che possono permetterti (anche) di pagarti gli studi. Questa formula può essere un buon centro di gravità semi-permanente?
E’ difficile trovare il part-time fisso e poi, sai, si passa la maggior parte della nostra vita a lavorare… Se ci annoiamo! Non mi convince, mi sembra un ripiego. Ammesso che ti piacciano entrambi i lavori, allora puoi fare davvero quello che vuoi. Mettiamola così: non è la domanda che apre più possibilità, è l’offerta che andrebbe modificata per cambiare qualcosa. Purtroppo non credo sia una soluzione a breve termine.
Nelle aziende che si occupano di comunicazione sono nati nuovi ruoli: ora ci sono ventenni che sviluppano strategie di marketing utilizzando le community su Internet, alcuni si specializzano in viral marketing, altri ancora escogitano vie una volta impraticabili per pubblicizzare un prodotto; per esempio, pensare che il consumatore di un servizio è esso stesso una preziosa fonte di contenuti. Un procedimento, ereditato più dalla pubblicità che dalle open source interattive, che vede una generazione strumentalizzarne un’altra (ideale, ma sempre la stessa) come indice di successo di un format, o di un giornale. Questi nuovi orizzonti ‘parassitari’, chiamiamoli così, portati sui tavoli delle aziende, non sono piuttosto un gatto che si morde la coda?
No, non è fottersene dell’altra parte, è fare il proprio lavoro. Tu offri un prodotto in maniera diversa dal passato. Se uno è bravo e conosce meglio la sua generazione degli altri, perché non sfruttare le sue potenzialità e capacità? Se si ha un’idea in cui credere e da distribuire, e che non fa male a nessuno, non ci trovo nulla di male.
Forse accade sempre nel mercato delle idee.
Se vendi i numeri del lotto è chiaro che fai una truffa ed alimenti finte speranze, ma se invece distribuisci un prodotto che può essere della musica, un evento o una promozione di un marchio, semplicemente la proponi e gli altri decidono se acquistarlo o meno. Stai offrendo in una maniera nuova, diversa, cambia la forma di comunicazione. Non ci trovo nulla di male nel proporre prodotto alla propria generazione, anzi trovo buono che esistano delle aziende che scelgano dei venticinquenni per proporre dei prodotti ai venticinquenni. Mi viene in mente un giornale, lanciato qualche mese fa: “News”, diretto teoricamente agli under trenta, ma diretto da cinquantenni: un fallimento! Gli under trenta è un pubblico stranissimo, che si è evoluto grazie ad una tecnologia che si mastica più facilmente delle patatine. Non dico che un cinquantenne non ci deve essere, dico che può essere bravo a coordinare, ma se non circonda di ventenni non arriva ai ventenni! Quindi ben vengano i ventenni ed i venticinquenni che fanno già qualcosa, senza dover far gavetta tutta la vita. All’estero a trent’anni la tua strada l’hai già fatta, qui la gente vive ancora con la mamma.
E' una malattia dell'Italia?
Certamente. Tra poco abbiamo le elezioni con due settantenni che si sfidano. Il nuovo leader dei conservatori, in Inghilterra, ha trentanove anni; Bill Clinton ha cinquantaquattro anni ed è già stato Presidente degli Stati Uniti; Bush finirà il suo mandato a meno di sessant’anni; Blair e Zapatero anche. Il futuro sono Fini e Veltroni? Questo non è futuro, questo è passato.
In televisione si fanno sempre più programmi 'pensati per i giovani', non considerando che i giovani che hanno nella loro testa non esistono. Sono quegli stessi programmi e creare 'quei giovani', successivamente.
Il sistema televisivo Rai e Mediaset è in mano a vecchi consumati. Tutti sono arroccati e difendono le proprie posizioni, come sul lavoro: il posto fisso oggi non c’è per la stessa logica. Il mondo è cambiato, se quelli più adulti non decidono di cambiare i giovani vengono mangiati, dappertutto.
Come chiedersi se Mtv ha creato quel pubblico o piuttosto il contrario. E’ problema schizofrenico di paternità, un riflettersi incrociato che fornisce dubbi sullo stesso potere d’immedesimazione, visto dall’esterno.
Il merito che posso riconoscere ad Mtv è di essere costituita da una squadra di giovani che viene continuamente rinnovata. Tornando a prima: non puoi avere quarant’anni ed impartire lezioni a qualcuno, perché i giovani cambiano canale.
La generazione di cui parli nel tuo libro sicuramente non vede le ragazze indossare i pantaloni a vita bassa. Però, se puoi attingervi qualcosa, nonostante il salto di dieci anni, senz’altro c’è la venerazione sfrenata per la tecnologia, il gusto per le utilità high-tech. Quanti I-pod hai?
(ride) Nessuno. La tecnologia non ha nulla di straordinario, fa parte dell’uso e consumo quotidiano. Tu stesso stai registrando con un registratore, neanche digitale ancora. Il cellulare è parte della nostra vita, Internet è imprescindibile.
Sto pensando di comprare l’I-pod non tanto per ascoltare la musica, ma quanto ai tanti podcast interessanti che stanno circolando in rete, e che mi piacerebbe sentire mentre cammino per strada.
Ci sono persone che hanno avvertito la dannosità di alcune tecnologie e allora le stanno abbandonando. Quando hai parlato di podcast mi è venuto in mente Daniele Luttazzi, che scrive sul suo sito: “La logica del potere è il numero. Più contatti, più il blog relativo diventa potente. E temuto. E rispettato. E strumentalizzato, soprattutto da chi lo fa. Ho notato che un blog tende ad assecondare le derive populistiche, di chiunque. Per bloccarle sul nascere, questo blog torna a essere slow e one-to-one.” Beppe Grillo non si è ancora convinto a chiudere il suo. Che ne pensi?
E’ una scelta venirne fuori. Se fai un blog vero, però, non ti ergi a leader. Il blog è interazione totale: inserisci un contenuto e un altro inserisce un commento che anima la discussione. In quello di Beppe Grillo non lo puoi fare: è piuttosto un suo giornale personale, da cui pontifica. E’ assolutamente apprezzabile, ma non è un blog.
Ti correggo: nel blog di Beppe Grillo i commenti ci sono, quindi è in regola con il termine. Il problema è che ci sono più di mille commenti al giorno e forse diventa impossibile rispondere a tutti.
Sì, intendevo che non c’è una reale interazione. Se non c’è interazione totale non sei un leader (oppure sì!). Il fatto è che se ti costruisci tutto un discorso e poi lo rinneghi perché non vuoi più fare il leader… Non ha molto senso.
Anche perché Internet non è un mass-media, ma come giustamente dice Luttazzi è un one-to-one media, dunque si devono scegliere altri linguaggi. L’approccio di Beppe Grillo è sbagliato?
No, non è sbagliato. Internet è democrazia, in quanto tale non c’è niente di sbagliato. Ben venga che ognuno proponga le sue idee. Il bello è che tutti possono avere un’idea e farla. Io ho fatto un libro e l’ho messo Internet spendendo solo 40 euro per registrare il sito.
Ballard, nella postfazione di “Crash”, difende la fantascienza come territorio da cui esplorare lo spazio interno a noi. Il ‘fatto’ principale del ventesimo secolo è il concetto di possibilità illimitata. Il mondo che ci circonda è un puro parto fantastico: la tecnologia è un prolungamento delle nostre fantasie, delle nostre ansie; interfacciandoci a nuovi linguaggi, sfoghiamo le nostre patologie. In questo senso l’unico nodulo di realtà che ci rimane è quello che abbiamo nel cervello.
Qualsiasi ampliamento delle nostre possibilità la vedo come una miglioria, non ci vedo nessun dramma. Se io vado in macchina, ed ho di fronte a me dieci bivi, aumento le mie possibilità: sono io a decidere dove andare. Se ho solo una strada non ho possibilità. Se ho tre canali televisivi la mia scelta è comunque ridotta.
La tecnologia facilità tutto, quindi è positiva. Se è poi fruibile da tutti, low cost, ben venga. Penso alle tv di quartiere, alla maggiore facilità di produrre un film in digitale, che ne abbassa il costo, alle numerose radio su Internet, etc.
Se la tecnologia rende le cose meno costose è sempre un vantaggio.
Dieci anni fa, su Antenna 3, conducevi un programma per bambini. Io avevo telefonato a “Slurpiamo” ed avevo vinto una maglietta. Non mi è mai arrivata a casa. E’ arrivato il momento del riscatto: cosa mi dai?
(ride) Ti posso offrire il mio giornale!
Fonte: La Voce di Milano


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